Una serata in “Sansa”

San Salvario – per tutti “Sansa” – ha vissuto negli ultimi quindici anni una profonda trasformazione urbana, passando da area problematica a cuore pulsante della movida torinese. Dopo anni di espansione incontrollata di locali, si è finalmente passati a una fase di consolidamento qualitativo.

In questa zona, l’altra sera, mi è capitato di cenare con i miei colleghi del Master. Ogni volta mi pongo sempre le stesse domande: perché dovrei tornare in un locale? Cosa ha fatto di diverso per essere ricordato e consigliato?

Inizia tutto bene, ma ci si accorge subito di alcuni piccoli, ma importanti, particolari. L’accoglienza è buona, il personale veloce. Il servizio funziona, ma si ferma lì. Tutto corretto, ma distante. Pochi sorrisi, poca connessione: un servizio che esegue, ma non accompagna l’ospite. Ed è qui che noto che stanno lasciando tanti soldi sul tavolo. Se migliorassero formazione, empatia e connessione, le performance volerebbero.

Dettagli che parlano: il dehors interno è molto carino, ma trascurato. È un peccato, perché è uno spazio che dà valore, ma resta lì, visibile dalla sala. Il cliente lo guarda e si fa un’idea; il meteo o la stagione non devono essere scuse per trascurare i particolari.

Il tram: limite o opportunità? Poi, il frastuono del tram. Non lo puoi evitare. Però potrebbero usarlo come occasione per connettersi con i clienti in modo simpatico, forse un po’ romantico, certamente diverso:

“Benvenuti! Siete fortunati: da qui vedrete passare il caratteristico tram di Torino. Non preoccupatevi del rumore, fa parte della bellezza. Nell’attesa che passi, siamo pronti… vi posso aiutare a scoprire i nostri piatti? Questa sera mi sento di consigliarvi… credo che la vostra scelta sia perfetta, dobbiamo solo abbinare un ottimo vino del nostro territorio.”

Credo di volerci tornare, soprattutto per notare se avranno deciso di migliorare semplicemente attraverso la formazione, quella seria, che porta a risultati concreti.

Osservo, ma non critico.


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